I

   L’artista è colui che parlando di sé offre una rappresentazione ecumenica dello stato delle cose e dello spirito del tempo che dà loro forma. Per questa ragione sono convinto di trovarmi di fronte a una delle figure artistiche più importanti del nostro tempo. Una di quelle personalità che in poco più di due ore di filmati – Folder e L’uomo doppio – ha riassunto e superato questioni in dibattito da oltre vent’anni. E’ mia opinione che la portata di questo dittico audiovisivo su identità e corpo sia definitiva. Dittico che si appoggia sulla “predella” video della Benedizione degli animali come naturale atteggiamento conseguente su cui ci soffermeremo più avanti. I due film sono diari lucidi e dulcamari dei molteplici aspetti dell’identità che Cosimo Terlizzi definisce sinteticamente, e filosoficamente, come entità pensabile: l’Ego.  L’ego di una generazione post-tutto, ovvero all’incipit di qualcosa che ancora non ha contorni né forme precise. Indeterminatezza e nomadismo identitari mirabilmente coincidenti con la velocità, quasi ubiquitaria, degli spostamenti in metropolitane di città europee intercambiabili come stanze d’albergo o di appartamenti di fortuna, subito abbandonati, attraversati e non abitati, utili per una parziale verifica, in quel santuario dell’Ego che è la stanza da bagno. Tutt’altro che road movies, Folder e L’uomo doppio rappresentano a mio avviso un ritratto neo realista di una intera generazione; metafora audiovisiva dello “stato delle cose”; di un esser-ci heideggerianamente “gettato nel mondo”, perfetta parafrasi della dislocazione identitaria; mobile adattamento ad un’epoca transitoria priva di validi riferimenti etici e griglie ideologiche. Identità spogliate dai “vestiti borghesi”, ovvero dai costumi omologati, con tanto di brand, si aprono necessariamente all’esistenzialismo dell’ex novo, della ricerca comportamentale, etica ed estetica, proponendo una re-visione dell’Ego collocandolo in posizione relativa, democratica. Del resto, l’uomo contemporaneo non è più misura di tutte le cose, ma da esse viene misurato, controllato, gestito con tecnologie sempre più sofisticate e diffuse. Tecnologie “di massa” – Internet, smartphone e fotocamere da poco prezzo – che Terlizzi usa per le riprese. Tecnologie digitali che hanno comportato una "mutazione" audiovisiva in cui i geni video-artistici si mescolano parimenti a quelli cinematografici generando un ibrido del tutto simile all’Ego contemporaneo. Se già in L’uomo doppio, animali e natura compaiono come oggetti a cui l’ego deve responsabilmente relazionarsi, è nella Benedizione degli animali che l’artista sviluppa e officia il rito della “Nuova Alleanza” tra esseri umani e mondo naturale. L’io, diviso tra istinto (necessità della carne) e morale (necessità dello spirito), trova in un nuovo paradigma esistenziale un equilibrio estendibile al mondo naturale. Nominare le cose, avverte Terlizzi, è possederle, intendendo con ciò lo sfruttamento sistematico di ogni risorsa del pianeta. Su questa affermazione, quasi biblica, si è fondato l’Umanesimo classico. In qualche modo La Benedizione degli animali lo supera ponendosi come manifesto di un Umanesimo relativo, che si prenda cura del mondo naturale, che non possegga e sfrutti natura, animali ed esseri umani, ma offra una nuova alleanza, sancita simbolicamente da antichi attrezzi di una civiltà ormai perduta avvezza all’uso sapiente delle risorse. Terlizzi indica chiaramente che l’Ego può trovare una sintesi delle sue parti istintuali e morali, nella riconciliazione con la natura, nella spiritualizzazione dell’istinto, in uno stato di Grazia dal duplice effetto: il rispetto dell’equilibrio naturale e l’insorgenza di un’armonia interiore che liberata da riferimenti alla religione, si apra all’esperienza del sacro.


II

   Approfondimento o verifica, l’opera Amplificatore si interroga sulla relazione tra l’ego dislocato dell’uomo contemporaneo e l’esperienza del sacro, o meglio, su quanto sia possibile e autentica oggi una simile esperienza. Muta interrogazione sull’esistenza di Dio. Posta in nuce nella Benedizione degli animali, diviene chiara in opere come Confessionale, dove un inginocchiatoio si appoggia ad un parallelepipedo trasparente e vuoto – come vuota è sempre più la risposta all’archetipico bisogno di spiritualità. In Amplificatore l’opacità dell’Essere si manifesta con una superficie riflettente e il riguardante è costretto a confrontarsi con la propria immagine. L'Essere si dà solo nella relazione con se stessi e non si svela. Dai fori praticati sulla superficie nulla trapela o, sartrianamente, trapela il nulla di un Essere inconoscibile. E’ nella propria immagine riflessa, nella ridondanza della ripetizione di se stessi, che il pubblico sarà costretto a trarre le conclusioni di un rapporto impossibile riconducendo il soggetto ad una ontologia tautologica che Merlau-Ponty definirebbe “esistenziale”. La riflessione di Terlizzi in Sacra Famiglia è una denuncia dell’inadeguatezza genitoriale. Rovesciando l’intento delle immagini dei media che ipocritamente sfumano i volti dei bambini, poiché minorenni, in tante foto di maltrattamenti, l’artista sfuma quello dei genitori a modo di censura e condanna per i loro misfatti commessi ai danni della prole. Il titolo riverbera nella composizione classica, al contempo modello religioso e stereotipo borghese di famiglia, così come la corona indossata dal bimbo, divenendo parodia del divino, sancisce la purezza di uno sguardo innocente. Nimbo è in diretta connessione con l’infante protagonista della precedente opera Sacra famiglia. Resti di una festa di anniversario che così composti suggeriscono una relazione con il sacro e divengono l’aureola di cui il bimbo nella sua innocenza è portatore. In una quotidianità domestica con tutto il carico kitsch del finto lusso da società dei consumi, riecheggia la preziosità degli oggetti liturgici: "porte" per l'al di là o strumenti di comunicazione con il divino e parimenti manifesta l’irruzione della santità nell’umile mondo dei riti domestici. Luce, purezza, verità, metallo inossidabile, incorruttibile. L’oro domina in questo ciclo di opere di Terlizzi, ne rappresenta la chiave di lettura. Nella sua luce, la Grazia divina incontra il quotidiano. Il banale acquista dignità, sebbene osservato dalla debita distanza di un’affettuosa ironia in opere come Regina Irena e Trasfigurazione dell’ospite. Irena sorride, compiaciuta della sua vestizione da santino ottocentesco. Nel video che accompagna la sua ipostasi iconica, gli oggetti che si stratificano calamitati dal suo corpo, sono quelli del packaging industriale, rivelando ancora una volta una insospettata coincidenza nel kitsch, di sacro e profano,  sensualità barocca e ieraticità bizantina. Quest’ultima ben espressa nella Trasfigurazione dell’ospite. La fissità posturale segue l’antico canone di Bisanzio in una evidente, ironica, traslitterazione iconologica di ben altra Trasfigurazione. L’Ego del video-dittico ritorna, la tunica diventa accappatoio, l’aureola si fa cuffia da doccia, il volto divino si fa maschera di bellezza, la stanza da bagno scompare nell’indistinto lucore metafisico dello sfondo. E’ la duplice dinamica di chi azzera valori desueti in attesa che si manifestino i nuovi. L’uomo abbandonato a se stesso, fa di se stesso il proprio culto narcisistico: indossa il vuoto, l’inconoscibile divinità assente, come in Amplificatore, di cui la Trasfigurazione è, in qualche modo, il controcanto. Ora diviene chiaro come Terlizzi proceda per cortocircuitazioni, stratificazioni di senso, sovrapposizioni iconiche e ironiche, ma la parodia è un’arma a doppio taglio: da un lato dissacra, dall’altro rivela un bisogno ancestrale: una ricerca d’assoluto nella semplice ordinaria vita di tutti i giorni. La Pietra d’oro è lì per ricordarcelo. Tutt’altro che riferimento alchemico, essa è ammantata di luce metafisica che l’accarezza rendendo prezioso un oggetto privo di qualsiasi valore. La contraddizione tra l’oro e il grigio naturale diviene presenza simultanea di materia e spirito. Esige adeguata “pulizia” dello sguardo affinché lo stupore infantile si faccia ingresso al “Paradiso” dell’innocenza delle cose umili e ordinarie di cui non ci accorgiamo. Lo stesso vale per Fiori blu e Via delle Rape: è necessario avere lo sguardo di un bambino per cogliere l’oro nel blu dominante in queste due opere; del resto Terlizzi lo dichiara nel titolo della mostra dedicata, appunto, alla Luce incidente della lunghezza d'onda del blu. Questo viraggio del senso della mostra sul piano meramente percettivo, è un giocare di sponda, un’allusione alla complementarità di corpo e spirito, di luce e opacità, d’innocenza e ironia. In effetti  è agendo sulla percezione, ovvero sui sensi, che accediamo alla sfera divina. Il piccolo e fragile miracolo del blu dei fiori in una pietraia, la desolazione livida di una baracca con i vetri infranti da un gioco monellesco, sono spunti simbolici per parlare d’altro, anzi, altrimenti. Presto verrà la luce.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

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TRAFFIC GALLERY

presenta / presents

LUCE INCIDENTE DELLA LUNGHEZZA D'ONDA DEL BLU


[Solo Show]

di / by

COSIMO TERLIZZI





| 18 Dicembre 2014 - 07 Marzo 2015 |

Opening Giovedì 18 Dicembre 2014 / 18:30–21:00



[ Testo Critico di Piero Deggiovanni ]


           Oltre l’Ego, la Grazia


       La carne può solo far soffrire, ma è lo spirito che dà la vita

            (Vangelo secondo Giovanni)

Piero Deggiovanni